Da bruchi a farfalle: il co-working habitat ideale per i talenti creativi

"Quella che il bruco chiama la fine del mondo, il maestro la chiama una farfalla". Credo che questa splendida metafora - la cui paternità appartiene allo scrittore statunitense Richard Bach - anticipi e introduca perfettamente (e non senza un pizzico di romanticismo) il tema centrale di questa riflessione.

Essere il responsabile di un'agenzia di marketing & comunicazione, infatti, implica l'onere (e, qualche volta, anche l'onore) di dover seguire attivamente molti progetti nelle vesti di Direttore Creativo: ovvero colui che detta le linee guida della strategia e sovrintende alla sua corretta e armonica esecuzione.

Negli ultimi anni, però, mi sono reso conto che, contestualmente ai cambiamenti che sto cercando di mettere in atto - che vanno nella direzione di un ambiente di lavoro condiviso tra professionisti (co-working) - è emersa un'altra interessante sfaccettatura del mio ruolo. Quella, cioè, di saper scovare e "sbloccare" le capacità dei miei collaboratori, associandole al progetto che più si confà alla loro libera estrinsecazione.

Immaginiamo, a titolo di esempio, di avere un certo numero di copywriter, di grafici o di fotografi, ognuno con differenti inclinazioni, attitudini, esperienze o maniere stilistiche (sport, food, tech, fashion ecc). Penso, quindi, che la capacità del Direttore Creativo stia proprio nel saper individuare il giusto talento per il giusto cliente, affinché quest'ultimo possa beneficiare del miglior servizio possibile per il suo specifico bisogno.

E' chiaro, tuttavia, che in una struttura tradizionale di medio-piccole dimensioni non è sempre possibile avere una così ampia possibilità di scelta e ci si affida, in genere, al carattere poliedrico e multitasking di pochi impiegati, spesso costretti a orari di lavoro restrittivi e poco stimolanti per la mente.

Contrariamente alla struttura gerarchica dell'azienda classica, invece, il sistema del co-working, nascendo all'insegna della collaborazione e della condivisione, garantirebbe ai suoi partecipanti sia i benefici derivanti dall'autonomia professionale che quelli scaturenti dall'intelligenza collettiva della community. L'intelligenza collettiva, infatti,è il valore aggiunto che nasce dal valore creato da ogni singolo professionista.

Credo, in conclusione, che molti di coloro che si avvicinano alle professioni creative abbiano quasi sempre un talento naturale che, nella maggior parte dei casi, neanche loro sono consapevoli di possedere, spesso distratti da prospettive di lavoro apparentemente più stabili.

Per i ragazzi di questa generazione, il modello del co-working potrebbe rappresentare invece una destinazione naturale, un luogo di confronto e un generatore di opportunità: l'habitat ideale per coltivare e far fiorire i propri talenti in una cornice più stimolante e, soprattutto, svincolata da un mucchio di regole anacronistiche.

Basti pensare alla metafora dei bruchi e delle farfalle e vedere come quest'ultime, in fondo, seppur apparentemente fragili, volino leggere, sicure della forza delle proprie variopinte e creative ali.